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martedì 7 febbraio 2017

TESTIMONIANZA di Massimiliano Drigo



Massimiliano Drigo è un volontario di Servizio Civile dell'anno 2016-2017. Il suo progetto si chiama "Crescere insieme"e questa è la sua testimonianza.

“Il mio progetto è decisamente articolato. Basti pensare che si svolge in tre sedi differenti: a Campalto, dove viene curata la programmazione del progetto inclusivo RSC (Rom, Sinti e Caminanti) e a Mestre, presso la sede dell'Ufficio Accoglienza, deputato alle nomine tutelari e al monitoraggio dei SED (Servizi educativi domiciliari), nonché presso il Tribunale dei Minorenni.
Si rivolge, come si sarà già inteso, al mondo dei minori

lunedì 23 gennaio 2017

TESTIMONIANZA di Sara Rizzo


Sara Rizzo è una volontaria di Servizio Civile dell'anno 2016-2017 e sta lavorando presso il Servizio Immigrazione di Venezia, che ha sede a Castello. 
Il suo progetto si chiama "Generare cittadinanza: percorsi e reti di inclusione interculturale" e questa è la sua testimonianza.

"Il Serizio Civile ha come obiettivo la cittadinanza attiva, il favorire l’integrazione, agevolare lo scambio tra cultura e diminuire i pregiudizi. Lavoriamo prevalentemente con bambini, adolescenti e donne straniere e cerchiamo di aiutarli nell’approccio all’istruzione e alla formazione.

lunedì 26 gennaio 2015

Elena Andreoli



Una tragicommedia in 5 atti!



Prologo: Le selezioni
Ho deciso di presentare domanda per il progetto di Servizio Civile presso il Servizio Immigrazione perché stavo studiando come si insegna l’Italiano a stranieri (leggesi: Master ITALS primo livello a Ca’ Foscari) e le attività descritte nel progetto mi interessavano e mi avrebbero permesso di mettere in pratica la teoria studiata.
Al colloquio, oltre a me c’erano altre dieci persone circa, motivatissime e preparate (una aveva fatto il mio stesso master, l’edizione precedente e già insegnava a immigrati!); immaginerete, ero molto tesa ( anche detto “mi cagavo in mano”).

Dopo aver fatto una attività di gruppo, abbiamo fatto i colloqui singoli. Io ero una delle ultime e, via via che la gente usciva, il terrore aumentava: “c’è una che ti disegna”, “c’è una che ti disegna e ti cancella”, “c’è una che ti disegna e se le stai antipatica poi ti cancella” erano i resoconti dei miei predecessori.
Arriva il mio momento. Devo affrontare tre persone: la cancellatrice di innocenti, una delle future OLP e Michele dell’ufficio SC.
Decido che, cancellatrici o no, io mi butto.
Quel giorno ho esposto la mia teoria didattica, “la didattica del Terrore”, a chi doveva decidere se sarei stata adatta a lavorare con bambini, signore, adolescenti, ecc…

Atto I: Inizia il servizio
Malgrado le mie teorie didattiche dai titoli poco incoraggianti sono stata scelta.
Mi aspettavo di cominciare subito con le attività, di essere gettata in mezzo ad un ufficio.
Mi sbagliavo: i primi due giorni di Servizio Civile li ho passati in formazione con parte dei volontari selezionati per fare SC presso il Comune di Venezia.
Siamo divisi in gruppi di formazione, ci spiega Michele, e i membri del gruppo di formazione saranno un po’ i compagni di classe del volontario durante l’anno.
Vorrei sottolineare che, durante questi primi giorni, non avevo ancora conosciuto le altre volontarie selezionate con me per il progetto al Servizio Immigrazione: ne avevo viste di sfuggita due, ma…

Il primo giorno vero e proprio presso il Servizio Immigrazione ho finalmente conosciuto le OLP e le mie compagne di viaggio: Elisabetta, Pilar e Stefania ( 2 OLP Sr. e una aspirante OLP) e Elena, Giorgia, Ramona e Stella. Abbiamo fatto dei giochi per conoscerci, ci sono state presentate le UOC (le unità in cui è diviso il servizio) e le loro responsabili (tra cui c’era la temibile cancellatrice di aspiranti volontari).


La prima cosa che mi ha colpita, cosa che mi ha accompagnata durante l’anno intero, è stata la presa in carico collettiva, da parte degli operatori del servizio, di noi volontarie: tutti gli operatori, chi più chi meno, sono stati presenti e disponibili con noi; il fatto di avere delle OLP, quindi, non significava che io non potessi bussare ad altre porte per chiedere aiuto e suggerimenti.
Ci è andata di lusso, eh.
Ci sono colleghi, in altri servizi, che non sono stati altrettanto fortunati.

Atto II: che cosa fa una volontaria al Servizio Immigrazione?
La vera domanda è che cosa NON fa un volontario di Servizio Civile al Servizio Immigrazione!!!
Durante questo anno abbiamo:
l       redatto verbali: tanti, tanti verbali
l       fatto assistenza alle docenti durante lezioni di Italiano per adolescenti neoarrivati e adulti analfabeti
l       partecipato agli incontri di Italiano nel teatro (per signore straniere che volevano imparare Italiano in un modo un po’ diverso dalla solita lezione)
l       scoperto che è facilissimo innamorarsi dei figli delle signore che frequentano i corsi di Italiano. Questa scoperta è stata fatta mentre facevamo babysitting a questi pupazzetti.
Io, poi, ho anche avuto il dubbio piacere di
l        cercare di insegnare l’Italiano a una ragazzina cinese durante i mesi estivi
l       decidere che anche se la suddetta ragazzina cinese non aveva nessuna intenzione di imparare l’Italiano IO L’AVREI COSTRETTA AD IMPARARLO (attraverso metodi didatticissimi e all’avanguardia)
l       arrendermi all’evidenza: “l’Italiano non lo vuole proprio imparare, sta bifida!”
Ho anche aiutato una signora analfabeta ad acquisire un po’ più di dimestichezza con la lettura e la scrittura, tradotto live dall’Inglese all’Italiano durante un evento del servizio, fermato gente per strada al mercato per proporre loro corsi di Italiano, fatto sportello telefonico e scoperto che, no, non è solo quando fai la telefonista Enel che la gente che chiama è bizzarra, è proprio il telefono che fa porre le domande più ridicole all’operatore che risponde.

Con Stella, una delle colleghe, al momento sto gestendo uno spazio compiti/laboratorio sperimentale per bambini delle elementari: la responsabilità è molta, le cose che stiamo imparando, la possibilità di muoverci da sole e avere cavie su cui sperimentarci docenti, il rapporto con i bimbi e i volontari, il feedback da parte delle OLP, però, ci ripagano dei capelli bianchi conquistati lambiccandoci il cervello alla ricerca di attività utili per i pupi.

Una volontaria al Servizio Immigrazione -IO-se ha la fortuna di andare d’accordo con le proprie colleghe, mangia (durante gli eventi del servizio), mangia (con le colleghe perché si organizzano cene fuori servizio), mangia (perché le signore straniere sono cuoche eccellenti); molesta le colleghe -ho fatto proposte matrimoniali a tutte loro, invaso la bolla prossemica di Elena almeno una volta al giorno (perché è soda), palpato la testa di Giorgia (che ha dei capelli stupendi), ho usato Ramona per sfatare stereotipi sui rumeni (perché è rumena, chi meglio di lei saprebbe dirmi se davvero “tutti i rumeni si tuningano la macchina”?) e mi sono sentita un genio del male malvagio mentre parlavo con Stella (che è la mia donna angelicata, altro che Beatrice dantesca!).

Atto III: Le formazioni
Un volontario di Servizio Civile al Comune di Venezia ha una nemesi: le formazioni.
Sette ore chiusi in una stanza a disquisire sulla non violenza, il servizio civile, che cos’è un volontario et similia...Michele e Paolo, in questo caso, sono gli allegri torturatori del tremolante volontario, i dispensatori di spunti di riflessione, gli spettatori compiaciuti(?) di sbadigli e facce perplesse.
Alle 9:00 del mattino, signori e signore, io sogno letti soffici e colazioni, non mi aspetto di sicuro di parlare di risoluzione non violenta dei problemi!
“C’è una mela, A e B sono due persone e vogliono entrambi la mela. Che si fa?”, incalza Paolo. Dobbiamo trovare 12 soluzioni plausibili. “Arrivano gli alieni e li inceneriscono? È una soluzione accettabile?”.
Ovviamente, non è tutto così, abbiamo tutti imparato moltissimo, però, a volte, una formazione in meno l’avrei sognata, confesso…

Atto IV: La triste fine
Tra poco meno di 20 giorni finirà il mio anno di servizio civile ed è tempo di bilanci.
Il Servizio Civile mi ha arricchita immensamente, ma credo che una esperienza, buona o cattiva che sia, comunque arricchisca chi la vive: questo anno vissuto in compagnia, però, è stato una continua possibilità.
Credo, anzi, che “possibilità” sia la parola che descrive il mio anno: possibilità di fare nuove amicizie, di confrontarmi con persone più esperte di me nel campo in cui vorrei lavorare; possibilità di viaggiare a costo zero ( mangiare il cibo di un paese è un po’ come visitarlo, sia pur per 5 minuti), possibilità di scoprire quanti stereotipi io ancora abbia in me, possibilità di migliorare come persona.

In sintesi: un anno di Servizio Civile, se fatto bene è un investimento.
L’impegno del volontario (e il culo uno se lo fa, eh!) viene restituito. Con gli interessi.
Fatelo!

ADDENDUM:
l       gli atti sono 5 contando il prologo,
l       la cancellatrice è una patatina e ancora non le è ben chiaro come sia riuscita a scatenare il panico quel giorno,
l       i rumeni non si tuningano le auto (non più degli italiani, pare)


Elena Andreoli

martedì 20 gennaio 2015

Silvia Battel



Oh oh mancano 15 giorni! 
A cosa? Alla fine del Servizio Civile

È passato un anno, un intensissimo anno e, classica frase retorica, non mi sembra vero, come sempre quando vivi esperienze nuove e momenti fitti di avvenimenti. Il passaggio è critico lo ammetto, un anno può anche passare veloce, ma significa pur sempre 12 mesi di lavoro e condivisione di tante e tante ore con altre persone.
Ora sono seduta alla mia angusta scrivania democraticamente condivisa con la mia fidata “Compagna di merende”, alias Sara del Noce, volontaria anche lei del Servizio Civile. Tra i nostri due pc c’è una piantina grassa che versa, ammettiamolo, in non ottime condizioni, è arrivata con noi in questo ufficio di via Giustizia e ha scandito con la sua crescita quest’anno stravagante. È “verde” come il colore del mio Servizio: Gestione e valorizzazione del verde urbano e del ciclo dei rifiuti ed è, non senza difficoltà, un po’ cresciuta come, del resto, anche noi.
Il bilancio di questi mesi? Beh positivo per molti versi: fare un servizio per il territorio in cui vivi sfruttando le capacità e competenze accumulate in anni di studio in quel settore è sicuramente una bella soddisfazione ed una buona opportunità. Non son mancate le difficoltà e le incomprensioni; venendo di punto in bianco catapultata in una realtà alquanto diversa da tuo precedente quotidiano penso sia normale. Devo dire poi che adesso, dopo un anno, riesco finalmente, con soddisfazione, a rispondere in maniera più concreta, data l’esperienza diretta, alla fatidica domanda: “cos’è il Servizio Civile?” e “quindi cosa stai facendo?”.
Lo consiglieresti? Sì, sicuramente. Soprattutto perché un anno è un buon periodo per poter fare un’esperienza completa sotto molti aspetti, per inserirti al meglio nell’ufficio che ti ospita, per approfondire la conoscenza dei compagni, per raggiungere quell’autonomia lavorativa e di gestione del tempo che non si acquisisce se non con un minimo di esperienza.
Ovviamente è un’esperienza che finisce, purtroppo, e ammetto che sarà dura il 3 Febbraio sapere che non prenderò più la mia fidata bicicletta per raggiungere la stazione ferroviaria e col treno (se passa) smontare a Mestre e poi dirigermi a piedi in via Giustizia dove ad accogliermi ogni mattina ci sono i simpaticissimi colleghi che condividono con noi volontarie l’Ufficio e che hanno contribuito a rendere quest’anno velocissimo.
Silvia Battel

lunedì 12 gennaio 2015

Andrea Facchin_OLP dell'Ufficio Servizio Civile del Comune di Venezia



Del perchè li ammazzerei tutti e non lo faccio.
Storia di un anno (ed anche di più) da OLP.

La prima volta che lessi la sigla OLP pensai immediatamente all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Dopo pochi secondo l'amara realtà si rivelò: “Operatore locale di progetto”.
“Sarebbe?!” “Devi star dietro ad uno o più volontari” “ah...”
Dopo il primo anno di smarrimento fare l'OLP mi era piuttosto chiaro: progetto, attività, formazione ed una buona dose di belle esperienze.
Il 2014 si profilava come un'ulteriore anno di lavoro con i volontari, pareva essere una situazione “ordinaria” ma avrei dovuto già sapere che di ordinario nell'avere a che fare con i volontari di Servizio Civile Nazionale non c'è nulla.
E dunque, dopo un'ardua selezione, sono arrivate Francesca e Silvia. Due. Volontarie. Donne.
Mi fermo e capisco che bere durante le selezioni non aiuta a fare un buon lavoro.
Due. Volontarie. Donne.
O-MIO-DIO.
Due, volontarie, donne. E pure intelligenti, capaci e preparate (non montatevi la testa).
“Caro Facchin” mi sono detto “stavolta tocca impegnarsi”.
Anche per il 2014 la sensazione che spesso mi ha accompagnato è quella del titolo di questo breve testo (li ammazzerei tutti) ora vi spiego perché non lo faccio.
Mi fanno saltare su tutte le furie, dentro di me, talvolta, quando mi accorgo che, nella quotidianità del lavoro, si perdono i concetti ed i valori che ispirano il servizio civile, schiacciati dall'incombenza, dalla scadenza e tutto ciò ha come effetto la rapida trasformazione del servizio civile in lavoro. E lì li ammazzerei tutti. Vorrei urlare loro (anche alle mie due volontarie, a volte) “non dovete comportarvi da lavoratori, ma da volontari, fate valere il vostro servizio. Se lo considerate un lavoro, capirete facilmente che assomiglia più ad uno sfruttamento”. Contemporaneamente, però, mi accorgo che invece c'è nei volontari una tenacia, una passione, una voglia di imparare, di contribuire, di FARE che è il sale, anzi, il sugo del sale del servizio civile.
Francesca e Silvia mi hanno spinto a mettermi in gioco oltre il mio normale ruolo, a farmi ridere più di quello che normalmente faccio e a farmi riconsiderare alcune cose che credevo di conoscere bene. Insomma, alla fine, mentre formavo loro, formavo me stesso e le mie competenze.
Durante quest'anno abbiamo messo in atto il progetto declinandolo in tutte le sue attività. Non sono mancati i momenti di scontro ma neppure quelli di splendida armonia. Ed ammetto che sia io sia loro in più occasioni ci siamo trovati davanti alla scelta fatidica: “voglio avere ragione o voglio stare sereno?” E sono certo che più volte abbiamo rinunciato alla ragione. Ma non per ignavia né per poca voglia di fare ma perché procedere sereni ci avrebbe permesso di costruire qualcosa di migliore dell'avere ragione in una singola occasione.
Quest'anno ci ha visto seduti sotto un gazebo in attesa di dare informazioni, dietro ad una cattedra a raccontare la nonviolenza ed il servizio civile a studenti a volte interessati a volte da interessare, ci ha visti all'Università, a fare orientamento sulle possibilità lavorative post servizio civile. A stare dietro al computer a cercare di migliorare la nostra immagine, la nostra comunicazione, a metterci al passo coi tempi. E potrei continuare parlando del perché quest'anno ha avuto a che fare con mamme che spingono bambini sull'altalena per noi o finte sedute di psicologia, ma questa è una sorpresa.
Per concludere, posso dire con certezza che si è trattato di un anno da ricordare, capace di insegnarmi e mostrarmi cose che avevo scordato o finto di non vedere. Ma, soprattutto, di ricordare che ogni progetto di servizio civile è un progetto unico, con una sua realtà ed un proprio sviluppo. Pensare di applicarvi metodologie o approcci uguali per progetti diversi risulta fallimentare. Non perché i progetti cambiano ma perché le persone sono tutte meravigliosamente diverse.

Andrea Facchin

mercoledì 7 gennaio 2015

Angela ci racconta il suo anno di SC!



Sono felice di questa avventura e consiglierei ad altri ragazzi di fare la mia stessa scelta!


È ormai passato un anno da quando ho iniziato la mia esperienza come volontaria di Servizio Civile. Consigliata e spinta dalle parole di un'amica ho deciso di presentarmi come candidata e mi sono proposta per prestare servizio presso la Casa del Cinema a Venezia. 
Ora che la mia esperienza è quasi giunta al termine, sono felice di questa avventura e consiglierei ad altri ragazzi di fare la mia stessa scelta. È stato un anno formativo, sia dal punto di vista professionale che personale. Ho avuto la fortuna di essere una delle due volontarie presso la Casa del Cinema, lavorando all'interno di un ambiente positivo, che ha sempre riconosciuto e valorizzato il mio ruolo di volontaria. 
Insieme a Eloisa ho catalogato, aiutato gli utenti nelle visioni individuali, accolto le persone prima degli spettacoli, organizzato la rassegna Notti Disarmate e  curato alcune schede del giornale del Circuito Cinema. Ho avuto la possibilità, durante quest'anno, di fare esperienza e conoscere meglio l'ambiente cinematografico, mia grande passione.
Il Servizio Civile mi ha dato la possibilità di fare tutto questo, e non solo. 
Durante le formazioni ho scoperto e approfondito temi che prima conoscevo solo marginalmente. Con il gruppo di formazione mi sono confrontata e mi sono sentita cittadina attiva, grazie all'intervento civico “Vivi via Dante” presso la scuola elementare C. Battisti. 
Insieme agli altri volontari ho partecipato a laboratori, tenuti presso casa Bainsizza, che affrontavano temi particolari come il movimento di decrescita e il consumo critico.
Se quel giorno non mi fossi presentata per i colloqui, non sarei mai potuta andare all'Arena di Pace, il 25 aprile, e non avrei mai ascoltato testimonianze importanti e valide posizioni nonviolente che affermavano a gran voce che un altro futuro, non militarizzato e più solidale, è possibile. 
Insomma, quest'anno vissuto come volontaria di Servizio Civile è stato importante e formativo. 
Spiace che la mia, la nostra esperienza sia già giunta al termine. In un anno conosci realtà e bisogni, necessità e opportunità che non possono scomparire con la fine del tuo servizio. Forse, il vero scopo di questa esperienza è far capire che noi, in quanto cittadini attivi, abbiamo l'obbligo e il potere di cambiare le cose, possiamo e dobbiamo intervenire nella nostra quotidianità e che, nonostante l'esperienza sia conclusa, questo non presupponga un blocco e una stasi, lasciando il posto passivamente a altri volontari che avranno la fortuna di vivere lo stesso nostro percorso. 

Angela Ruzzoni

giovedì 11 dicembre 2014

Antonio, un anno fuori dal comune!

Un anno fuori dal comune!

La mia avventura come volontario di Servizio Civile è iniziata a Maggio 2012, quando, superati un po’ di intoppi ben noti a chi come me ha prestato servizio quell’anno, ho cominciato la mia attività presso il Museo di Storia Naturale di Venezia...

Ciò che mi ha avvicinato a questa nuova realtà è stato sicuramente l’interesse per il progetto a cui ho aderito, che si presentava come una ghiotta occasione per poter crescere nella mia professionalità di biologo.
Avrei impiegato gran parte del mio orario di servizio contribuendo alla manutenzione e alla cura degli ospiti di un acquario marino che riproduceva un particolare contesto dell’Adriatico settentrionale: wow!
La mia permanenza in Museo, durante la quale ho collaborato con un magnifico staff giovane e dinamico, mi ha permesso di conoscere e di adoperarmi anche in altri ambiti, quali le collezioni scientifiche, le attività didattiche e altri aspetti particolari della vita di una struttura museale.
Ma il Servizio Civile per me non è stato solo questo, è stata una scommessa fatta e vinta per tutto quello che mi ha lasciato sotto il punto di vista “umano”.
Un lungo ed intenso periodo di formazione mi ha condotto verso nuove conoscenze, magari distanti dal mio percorso formativo ma per forza di cosa vicine al sentire comune che ognuno dovrebbe avere.
Il mio Servizio Civile è stato anche costruire una rete di contatti, in primis con il mio mitico “compagno di Museo” Edoardo e poi con altri volontari (il leggendario gruppo S. Secondo!), concretizzata in diverse occasioni, e approdata ad Aprile 2013 nel progetto di intervento civico organizzato presso Forte Carpenedo: spronati da Michele, Andrea e Paolo siamo riusciti a costruire una giornata in cui abbiamo condiviso, ciascuno per le proprie competenze ed interessi, la volontà di rendere un servizio alla cittadinanza, di fornire un contributo alla società in cui viviamo.
Servizio Civile è tutto questo, è un’esperienza all-around che ripeterei al 100% e che mi sento di consigliare a chiunque abbia voglia di dedicare un periodo della propria vita a un qualcosa di diverso, che assume per ciascuno una sfumatura diversa.


Buon Servizio Civile,

Antonio 

martedì 9 dicembre 2014

SANDRO GOZZO

Una volta scelta la via dell’Amore si può retrocedere a quella dell’odio?

Sandro Gozzo


Partiamo dall’inizio, come mai ha scelto di non fare la leva militare?
Lavoravo come insegnante elementare già dall’età di 19 anni e frequentavo l’università, così ho potuto rinviare il servizio militare (che allora ti arruolava a 18 anni se non studiavi) e ciò mi ha permesso di riflettere per ben 6 anni e di fare una scelta ponderata, idealmente motivata, senza cercare espedienti per evitare il problema, per “imboscarmi” come si diceva allora. A dir la verità, nell’adolescenza pensavo di fare il carabiniere perché mi sentivo attirato dall’impegno nell’arginare la violenza e l’ingiustizia, ma poi. Nel 1976 ho deciso di approfittare della legge 772 del 1972 e di fare il servizio civile alternativo.
Furono soprattutto le letture di diversi autori del mondo cattolico e cristiano che mi convinsero a rifiutare l’esercito sulla base di una forte motivazione “religiosa".
Compresi le cause delle ingiustizie e delle violenze nel mondo e meditai a lungo sui pericoli che ancor oggi ci sovrastano, gli enormi progressi del diritto, della medicina e delle altre scienze, della tecnica, delle arti, della politica, della letteratura, delle scienze umane e dell’educazione, progressi che portano alla crescita del benessere per tutti e alla diminuzione della violenza (v. Steven Pinker, “Il declino della violenza”, Mondadori 2013).
Compresi d’essere responsabile di tutto: il potere è la sottomissione è l’assenso all’ubbidienza (Vladimir Bukosky, “Il vento va e poi ritorna” Feltrinelli 1978) e imparai ad essere obbediente ai principi e disobbediente verso le leggi, le strutture o i governanti che li trasgrediscono o li contraddicono.
Scelsi, grazie alla convenzione nazionale della Caritas, di svolgere il servizio in Calabria, in una comunità della “Piccola opera Papa Giovanni” con la quale ancor oggi ho contatti frequenti e progetti in comune.

Se tornassi indietro lo rifaresti o sceglieresti un’altra strada?
In ossequio provocatorio ad un vecchio detto del diritto militare “semel miles, semper miles”, (una volta soldato si è soldati per sempre) applicato agli obiettori di coscienza direi così: semel obiciens, semper obiciens! E oggi si potrebbe dire: una volta che hai scelto la solidarietà devi essere per sempre una persona solidale. Una volta scelta la via dell’Amore si può retrocedere a quella dell’odio? Anche se pare assurdo, si può tornare indietro da ogni scelta. Sono molti gli amici che hanno fatto il militare i quali affermano che non lo rifarebbero, mentre ho conosciuto solo un amico che ha abbandonato la nonviolenza per darsi alla clandestinità e diventare un terrorista. Qualche volta sarei tentato anch’io di diventare violento con i violenti e i padroni del mondo ben sapendo che cosa diceva la bibbia già 200 anni prima di Cristo sull’indissolubile vincolo tra pace e giustizia, tra mezzi e fini.
Più frequentemente sarei tentato di farmi assorbire nella comoda mediocrità dove l’indifferenza regna sovrana, dove la responsabilità per i mali del mondo è sempre degli altri o del destino, ma spero che siano i giovani ad essere più radicali di me nella scelta della pace, della nonviolenza, della fratellanza universale e di rinfacciarmi quello che ho scritto e che ho fatto se dovessi rimangiarmi le scelte giuste, cioè quelle sulla strada del bene e della speranza. I cinici, gli egoisti e i disperati non hanno mai cambiato il mondo in meglio e rappresentano la zavorra che sta affossando la storia umana.

Ti senti un difensore della Patria?
Come scrissi nella mia dichiarazione di autoriduzione “Ho scelto il servizio civile perché ritengo che le vere guerre da combattere siano quelle contro l’ingiustizia che si manifesta in sfruttamento, in emarginazione, in dipendenza culturale o in mille altre forme di violenza evidente od occulta. Condividere queste situazioni e lottare per liberarsi rappresenta l’autentica difesa della patria, un dovere sacro che ogni cittadino dovrebbe rispettare per camminare verso l’internazionalismo e la pace senza barriere e corazze inutili”.
Il concetto di Patria è tutto da rivedere. Piuttosto appartengo ad una nazione, cioè ad un luogo in cui sono nato, ma la mia paternità ideale è il mondo: siamo tutti cittadini del mondo. Piuttosto riconoscerei l’Europa come la mia patria e “màtria” attuale, scusate il gioco di parole, ma è per evidenziare un concetto di figliolanza culturale che dipende ormai da una cultura “cosmopolita” e da una “coscienza planetaria”. Non so se per voi queste parole abbiano il senso profondo che io attribuisco a loro, ma non ne ho altre di migliori per esprimere quella verità pericolosa del termine che Dürrenmatt condensava nella frase “quando lo stato si prepara ad uccidere si fa chiamare Patria”.

Come mai la scelta dell’ autoriduzione del servizio civile?
Il servizio Civile durava allora 8 mesi in più del servizio militare e l’obiettore era un dipendente dell’esercito. La legge 772 del 1972 era stata definita dagli obiettori come una legge truffa, ma a parte i pochi giovani anarchici che rifiutavano anche il servizio civile e i molti testimoni di Geova, nessuno aveva inventato una protesta nonviolenta che fosse davvero efficace, mettendosi contro la legge e rischiando il carcere pur rispettando la legge, cioè svolgendo il Servizio Civile solo per un anno come quello militare.
Organizzai l’autoriduzione come protesta contro la militarizzazione del servizio civile e la punitività della legge.
Questa protesta coinvolse una ventina di giovani nella decina di anni in cui durò, ma non fu condivisa pienamente dal Movimento Nonviolento, né dalla LOC, bensì soltanto da Radicali e anarchici, e da alcuni gruppi sensibili dell’ambito cattolico. Per tale motivo la protesta invece di pochi mesi, durò molti anni. Eravamo troppo pochi a sfidare le istituzioni e ad accettare il rischio della punizione del carcere dove, comunque, solo io tra gli autoriduttori fui rinchiuso per 5 mesi, infatti furono subito riconosciute le eccezioni di incostituzionalità al secondo processo di Silverio Capuzzo e nessun altro autoriduttore stette in carcere per più di una settimana. Le due eccezioni riguardavano la giurisdizione, cioè il fatto che noi non volevamo dipendere dalla stessa autorità che rifiutavamo, e la durata del servizio che avrebbe dovuto essere identica a quello militare..
Fui il primo ad iniziare in Italia questa protesta assieme a Silverio Capuzzo di Lova e a tutti gli autoriduttori che continuarono poi la battaglia fino alla vittoria di alcuni anni dopo, quando la Corte Costituzionale ci diede ragione e smilitarizzò prima il servizio e poi lo equiparò per durata a quello militare. Dopo il pronunciamento dell’alta Corte provai un senso di grande soddisfazione nel sentire i giudici che sostenevano con forza le stesse tesi per le quali altri loro colleghi mi avevano imprigionato. È con orgoglio che posso dire di aver individuato con i miei amici la lotta nonviolenta che ha portato all’istituzione del nuovo Servizio Civile nella forma in cui oggi si svolge. Proprio così lo desideravamo!

Sapevi che saresti finito in carcere ? La tua famiglia ti appoggiava?
La mia famiglia mi ha sempre sostenuto. Mio padre venne anche al processo di Palermo. Fu molto triste quando incrociò il mio sguardo mentre uscivo dal cellulare (così si chiamava il pulmino dei detenuti) e vide che ai polsi avevo due enormi manette e una lunga catena tenuta da un carabiniere. Non dimenticherò mai quello sguardo turbato e quella silenziosa presenza. Lo salutai e lui non disse nulla, ma sapevo che era orgoglioso della scelta di suo figlio e con lui anche mia madre, mia sorella e gli altri quattro fratelli maschi che pure avevano fatto il servizio militare prima di me.

Sì, sapevo di finire in carcere, ma contavo sulla sollevazione di tutti gli altri obiettori. Un po’ come i giovani antinazisti tedeschi della Rosa Bianca… ma essi pagarono con la vita la pusillanimità dei coetanei. Ci furono diverse manifestazioni, petizioni e altri proteste, ma i 40 obiettori che a Bologna con Silverio Capuzzo avevamo riunito due mesi prima da tutta Italia e che sembravano decisi a fare l’autoriduzione per riempire le carceri secondo un “protocollo” tipico delle azioni nonviolente di Gandhi e King, una volta che mi videro in galera, si ritirarono da quel tipo di lotta. Solo Silverio Capuzzo continuò e dopo il suo processo nessuno finì più imprigionato perché fu rinviata la questione alla Corte Costituzionale. Tuttavia la protesta non venne sostenuta degli stessi nonviolenti e tale rigidità mentale allungò i tempi a dismisura e divise il movimento già allora frammentato. Solo il MIR di Padova sostenne costantemente e con forza, la protesta degli autoriduttori più della Loc e del Movimento Nonviolento a cui non dispiacevano i mesi in più (per “selezionare” i “migliori”, i più convinti) e fu grazie a quel sostegno controcorrente che la Corte Costituzionale arrivò ad obbligare il parlamento a rivedere la legge. Quanti anni furono sprecati per la divisione interna ai pacifisti e quanti giovani, soprattutto le donne, dovettero rinunciare al Servizio dal 1979 al 2002 quando finalmente dopo 22 anni entrò in vigore la legge 6 marzo 2001 n° 64 e poi fino al 1° gennaio 2005, quando il Sevizio diventò volontario!

Questa scelta come ha influito nella tua vita, nel rapportarti con le ingiustizie e istituzioni?
Vorrei spendere due parole sul periodo di reclusione, perché finora nessuno mi ha chiamato mai a parlarne specificatamente. Il carcere militare è quasi uguale nella struttura a quello civile, ma molto diverso è il clima interno per la presenza di coetanei giovani, per la specificità dei reati, per il frequente avvicendamento e quindi per l’assenza del nonnismo.
Il carcere è un sistema necessario per frenare gli eccessi della trasgressione alle leggi fondamentali della convivenza, ma il modo in cui la reclusione viene realizzata, salvo oasi felici, va modificato nell’ottica della legge Gozzini, la più avanzata del mondo.
La punizione peggiore consiste nella privazione della libertà che è il bene supremo. Allo stesso tempo ti accorgi che la libertà è essenzialmente mentale e ancor più interiore, spirituale. Questa consapevolezza ti rinforza invece di indebolirti, ti sostiene, ti rende orgoglioso e progressivamente coraggioso. Anche il coraggio si impara, come l’orgoglio per la difesa dei valori e la disciplina dell’attesa. Tutto si impara. E spesso nel carcere si impara a diventare cattivi perché si è “captivus”, cioè preso e collocato in un luogo dai “ristretti orizzonti”, come gli animali in gabbia.
Non auguro il carcere a nessuno, ma un periodo di auto-reclusione (magari in un convento a meditare) lo consiglierei a tutti per comprendere che esiste un mondo nascosto, parallelo, assurdo… e per tanti altri motivi: per imparare la lezione del silenzio e della riflessione; per ridare valore alla parola e contrastare la confusione; per un apprendistato che abitui alla gestione sobria e comunitaria e per disabituarci alla babele dell’individualismo e del liberismo sfrenato; per una comprensione profonda dell’amicizia possibile con ogni essere umano; per tessere relazioni anche con i nemici, i diversi, i lontani; per capire la povertà dei poveri, la carenza di cultura, del possesso della lingua e il grave pericolo dell’ignoranza e della stupidità umana, molto più dannoso della malvagità stessa.
In carcere, poi, sono stato “adottato” come prigioniero per reati di opinione da Amnesty International. Tutti dovremmo iscriverci e versare ad AI una “decima” in qualsiasi gruppo o associazione in cui siamo impegnati! Il lavoro di Amnesty è unico! Nel 1979 ci furono le prime elezioni europee e questa associazione aveva denunciato la presenza di persone perseguitate per motivi di opinione in Italia. Le elezioni europee non dovevano trovare uno stato italiano in difetto rispetto a quei diritti umani la cui difesa, da Beccaria a Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ci aveva reso degli antesignani esemplari e questo fu forse un motivo che mi fece scarcerare poco prima di quelle elezioni con 2 mesi di anticipo sulla pena di 7 mesi.

Cosa porti dentro di quel periodo?
È stato un periodo “mitico”. Ho conosciuto in un solo anno tanti mondi differenti. Per primi ho conosciuto “i meridionali” e da allora mi sento un calabrese di adozione. Mi sono innamorato di quella terra straordinaria e ho capito che tutto il mondo è paese. Ho assistito al primo nucleo di giovani che, aggregati da un prete straordinario come don Italo Calabrò, hanno rifiutato di migrare al nord cercando di ricostruire in terra di ‘ndrangheta focolai di giustizia sociale, di rispetto e di rifiuto delle logiche violente. Ho dormito per 12 mesi in un prefabbricato della Caritas che agli occhi della gente era un mini-manicomio, ma in realtà lì si realizzava, attraverso l’ergoterapia, l’alternativa agli ospedali psichiatrici di cui Basaglia era allora l’anticipatore. Sono entrato nella malattia mentale e da lì ho iniziato a non aver paura del diverso e di temere piuttosto le istituzioni totali: questo è il seme che ha dato inizio all’associazione “Il Portico”, nato a Dolo pochi anni dopo con tanti altri amici che ancor oggi condividono quelle idee (da Melito Porto Salvo, dove ho svolto il Servizio Civile, sono venuti a trascorrere le vacanze con noi anche quest’anno 12 persone, 9 delle quali con disabilità mentale. Dopo quasi 40 anni il contatto che ho aperto con gli amici di Reggio Calabria è ancora attivo! Non è incredibile? Spero che a tutti i giovani venga la voglia di prolungare nel tempo i contatti unici e preziosi che si intrecciano durante il Servizio Civile!)
Ho conosciuto la solidarietà di tanti amici che hanno sostenuto la mia scelta radicale anche nella lotta politica nonviolenta contro uno stato che ancor oggi è ciecamente militarista e che non trova opposizione significativa nemmeno nella Chiesa (è il caso di dire, a proposito di papa Francesco, che “un papa non fa primavera” se tutte le altre rondini non arrivano negli stessi cieli).
Studiando la pedagogia ho capito che noi impariamo tutto. La risposta violenta è un fatto culturale ed è essenzialmente politico. Solo l’educazione toglie l’essere umano dallo stato di ferinità, e ci stiamo riuscendo. Alfred Adler scriveva che “La tendenza ad agire per il bene comune è piuttosto debole nell’attuale stadio dello sviluppo dell’evoluzione, ma alla fine dovrà diventare automatica come il respiro o il cammino in posizione eretta. La soluzione dei problemi della società porterà alla soluzione dei nostri stessi problemi, quindi ogni uomo è coinvolto nella soluzione dei problemi della società in funzione del grado al quale è stato risvegliato o appreso il suo interesse sociale”
Il motto che l’associazione “Il Portico” ha fatto proprio è questo: “Non dobbiamo essere in pochi a fare tanto, ma in tanti a fare un poco ciascuno”… dobbiamo sempre coinvolgere le persone che ci stanno attorno. Con discrezione, ma con fermezza. È più facile fare le cose individualmente che appassionare gli altri e farle assieme. « Da solo, cammino più veloce, insieme, camminiamo più lontano” (proverbio africano).

Cosa ti senti di dire a giovani del servizio civile e alle nuove generazioni che vengono a contatto con questa realtà?
Direi le stesse parole di Piero Pinna, il primo obiettore di coscienza italiano: “Vi prego di guardare bene. Chi vi parla non è chi apparentemente vi sta di fronte, ma un giovane di non più di vent’anni, quel giovane che quasi mezzo secolo fa faceva obiezione di coscienza. Semplicemente come tale egli vi parla, come se fosse allora, ed i decenni trascorsi ad oggi tra le mille discussioni in cui si è venuto a trovare, farcite di tematiche e problematiche e analisi e teorie e modelli d’ogni genere in materia di pace e di guerra, non abbiano spostato in nulla quella sua originaria persuasione; e semmai siano serviti, quegli anni e discussioni, a renderlo sempre più convinto che quei miliardi di parole nella loro pretesa razionalità, scientificità e realismo a null’altro approdino che ai risaputi falsi sillogismi “che fanno in basso batter l’ali”; e alla resa dei conti, a condurre quel basso volo a sfracellarsi nel baratro della guerra. Sempre più persuaso che, se non vogliamo arrivare a quel tragico epilogo, prima che in quella voragine mortale ci si trovi in un silenzio ghiacciato dove ogni voce suona ormai assurda, pietrificata, vacua, non vi sia che da pronunciare una sola parola: no alla guerra, ad ogni guerra, fatta da chiunque, per qualsiasi ragione”.[ Pietro Pinna “La mia obbiezione di coscienza”, Edizioni del Movimento Nonviolento, 1994, Appendice 3]
Parole e concetti analoghi si trovano anche nel libro di Alberto Trevisan “Ho spezzato il mio fucile”, ma so che avete intervistato precedentemente questo mio amico e maestro.


lunedì 8 settembre 2014

ALBERTO TREVISAN

ALBERTO TREVISAN
La storia di chi ha avuto il coraggio di dire NO.


Ecco a voi l'esclusiva intervista ad Alberto Trevisan, obiettore di coscienza Nonviolento che ci teniamo a ringraziare facendogli sapere quanto ammiriamo il suo vissuto!
Avrete la possibilità di incontrarlo mercoledì sera all'evento del Il Portico a Dolo, ore 20.45.
Buona lettura a tutti!



1)      Partiamo dall'inizio, come mai ha scelto di non fare la leva militare?
-Ricordando la mia adolescenza, nei giochi da ragazzi, come quelli alla “guerra” tra bande io ero il primo ad “alzare bandiera Bianca”!
Forse una premonizione del mio pacifismo, del rifiuto anche dei giochi violenti, pur nei limiti dei giochi da ragazzi.
Ma la mia vera scelta di non fare il militare avviene in occasione della visita di leva ( 19 anni), dove notai soprattutto la spersonalizzazione delle giovani reclute e il clima cameratesco e autoritario delle caserme.
Gli agganci con il Vangelo e con i grandi testimoni di pace come Gandhi, Martin Luter King avevano già orientato il mio interesse verso la nonviolenza e il pacifismo.
Inoltre l'aver fatto parte di una “ comunità di base” alla luce del Concilio Vaticano II° ha rafforzato in me lo spirito nonviolento.



2)      Cosa l'ha spinta a lottare per questa opportunità di difesa?
- Le mie convinzioni, di cui sopra, non mi sembravano sufficienti ad affermare dei principi senza poi con coerenza perseguirli.
La nonviolenza non è una pratica “ passiva “ ma assai “ attiva “ in particolare quando si è di fronte a scelte fondamentali e bisogna agire secondo coscienza.
Per me il servizio militare non era che la preparazione alla guerra non con mezzi di pace ma di guerra.
L'addestramento previsto durante il servizio militare prevedeva la possibilità, anche se remota, di combattere contro un” nemico”.


3) Se tornassero indietro lo rifarebbero o sceglierebbero una altra strada?
- Pur dopo oltre 40 anni credo, da nonviolento e da obiettore di coscienza, non cambierei opinione e rifarei quanto ho fatto, pur valutando le diverse condizioni geopolitiche di quest'epoca, non certo tranquilla.
Sono stato in luoghi di guerra a fianco delle vittime e questo è un lavoro che anche i giovani del servizio civile dovrebbero tenere in considerazione.

4) Si sente un difensore della Patria?

- Non mi sono mai sentito difensore della Patria nel senso dell'art.52 della Costituzione che mi obbligava a svolgere il servizio militare.
Mi sono invece sempre sentito difensore della mia comunità e in particolare delle sue fasce più deboli.
Non è un caso che per oltre 35 anni ho lavorato nel sociale nei vari ambiti dell'emarginazione sociale e della devianza.



5)      Sapeva che sarebbe finito in carcere? La sua famiglia lo appoggiava?
Sapevo benissimo che sarei finito in carcere ma non sapevo quanto tempo avrei passato e quanti processi avrei subito. Ho speso quasi tre anni della mia giovinezza tra un carcere e l'altro,, compreso il carcere civile.  Per fortuna il 15/12”72 con la L.n.772, che riconobbe il diritto all'obiezione di coscienza , ritornai ad essere   libero cittadino.
Ma la mia vicenda si  concluse solo dopo 25 anni perchè mi sono opposto al pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere  per cui hanno proceduto al pignoramento dei miei mobili, sino a quando l'ammnistrazione militare non mi ha più perseguito, certa che non avrei mai ceduto alle mie convinzioni.La mia famiglia era a conoscenza della mia scelta e senza la loro  vicinanza e la loro condivisione non  sono ancora convinto, a distanza di anni, se sarei arrivato alla fine di questo lungo percorso di pace.Papà e mamma sono stati dei veri maestri di vita!Per loro ho scritto il  libro - Ho spezzato il mio fucile. Storia di un obiettore di coscienza -, a loro l'ho dedicato. Il grande rammarico è stato che loro mi hanno lasciato troppo presto, senza poterlo leggere.
6)      Mi piacerebbe sapere come questa scelta abbia influito sulla sua vita. Sopratutto nel rapportarsi con le istituzioni e le ingiustizie?
- Come ho accennato prima, pur avendo già percorso gli studi del sociale, il mio contatto in carcere con i detenuti militari e non solo, mi hanno spinto a iniziare la strada professionale nel sociale: 25 anni in psichiatria, assistenza alle persone senza fissa dimora e ai “ minori stranieri non accompagnati “  che cominciavano ad arrivare in Italia o dall'Albania o dalla Romania o dalla Moldavia chi con le carrette della morte  chi nascosti sotto i camion.
Con le istituzioni mi sono sempre posto secondo le mie funzionali istituzionali, non rinunciando mai ai miei principi e, quando era necessario, aprendo vertenze a favore degli utenti disagiati.
Il mio impegno inoltre è stato anche quello di aver svolto attività politica e amministrativa, responsabile di  un assessorato, tra i primi in Italia, che oltre alla Pubblica istruzione, s'interessava di Educazione alla pace e ai Diritti umani.

7)      Cosa si porta dentro di quel periodo?
Non sarei sincero se non dicessi che mi sono portato da questa dura esperienza anche tanta sofferenza, a volte rabbia per essere ristretto per rivendicare ideali di pace in quasi tutte le carceri  militari, compreso Gaeta, un reclusorio veramente repressivo e violento. Ma non sono mai stato solo perchè sia assieme agli altri amici obiettori  e a tutti i detenuti si era instaurato uno spirito di solidarietà e di generosità  che, paradossalmente, al di fuori delle mure è difficile riscontrare. Poi le tante lettere di sostegno di amici, di familiari, di persone ,che, pur non conoscendomi, mi esprimevano la loro solidarietà
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8)      Ancora oggi è tra i giovani del Servizio Civile cosa sente di dover dire alle nuove generazioni che vengono ora a contatto con questa realtà?
-Da varie anni sono formatore dei giovani in servizio civile presso vari Enti, dalle Università ( Padova e Venezia) all'Anci del Veneto e Cooperativa sociali: ho conosciuto quindi  molti volontari.
Sono sempre stato solidale con loro per le difficoltà che devono affrontare, non ultimo l'esiguo compenso economico, ma ho sempre pensato che il servizio civile sia una possibilità per prendere contatto con la realtà lavorativa, associativa, del tempo libero e altre situazioni.
Inoltre si aprono prospettive nuove sia per il servizio civile e il progetto Garanzia Giovani.
Se saranno mantenute le promesse già a fine anno dovrebbero partire circa 34.00 volontari.
E che dire che molti volontari spesso sono poi inseriti dal punto di vista lavorativo negli enti dove hanno svolto il servizio civile.
Io sono ottimista e questo è il messaggio e l'augurio che mi sento di rivolgere a quanti hanno scelto o sceglieranno il servizio civile nazionale.

Alberto Trevisan
           

            


giovedì 7 agosto 2014

Riflessioni sulle elezioni

Riflessioni sulle elezioni 

di Caroline Salazar


Il 25 luglio è stato un bel giorno per la sottoscritta, ha fatto il suo servizio con molto piacere e alle 16.30 circa ha ricevuto la notizia che era appena stata eletta delegata regionale per il servizio civile insieme ad altre due ragazze veramente in gamba ed intelligenti: Silvia Gallizia e Beatrice Foffani.
La soddisfazione è stata grande e il primo pensiero è stato quello di ringraziare tutte le persone che ci avevano dato fiducia. Tuttavia quando ho letto il numero delle persone che avevano effettivamente votato sia per il Veneto (131 su 700 circa), sia in tutto il resto d’Italia (ovvero meno del 10% dei volontari in servizio), ho capito che c’è tantissimo lavoro da fare per la sensibilizzazione non solo al voto, ma soprattutto a che cosa significa veramente fare servizio civile.

mercoledì 28 novembre 2012

VOLONTARI v.2.0


“Siamo come un computer: abbiamo un hardware e un software..”


“Il volontario è come una bricola: deve essere un punto fermo per chi ne ha bisogno in modo tale che tutti possano attraccare la loro barca in ogni momento di necessità.” 

Questo è il pensiero di Salvatore, un coraggioso volontario di Protezione Civile con il quale abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare; interviene nel gruppo di Venezia Terraferma nel nucleo disinfestazione ed ha un’esperienza decennale in questo campo.
Con lui abbiamo parlato del suo ultimo intervento avvenuto successivamente la scossa in Emilia del 20 maggio 2012 prestando servizio nel campo Veneto di San Felice sul Panaro  sia nel  momento dei primi soccorsi che nel periodo dedicato all’assistenza degli sfollati.
Le aree di ricovero erano suddivise in tre campi: Campo della Misericordia, gestito dai volontari trentini; Campo Veneto e la scuola media Pascoli che accoglieva gli anziani. I campi erano strutturati in tende, cucine e servizi ed erano gestiti dal Centro Operativo Comunale.
Nell’organizzazione del Campo Veneto il gruppo degli specialisti in disinfestazione aveva il compito di prevenire la trasmissione dei patogeni, dato l’uso massivo delle strutture, lavorando a stretto contatto con la Asl locale e seguendo le direttive del medico veterinario.
Il loro incarico però si è fatto più difficile del previsto perché non si limitava alla sola gestione della disinfestazione del campo, ma veniva coinvolta anche la sfera emotiva e relazionale. La situazione era gravata dalla eterogeneità delle persone sfollate, infatti le diversità delle culture, delle religioni e delle abitudini compromettevano la comunicazione e la comprensione delle esigenze. Questo creava alcuni disagi nell’integrazione e nello svolgimento della quotidianità ed ha avuto ripercussioni in un secondo momento nella gestione tecnica del campo e nel censimento delle persone.
Una conquista per i volontari è stata ricevere la fiducia delle persone che con il tempo sono riusciti ad aprirsi ed a confidare i loro pensieri: “Era una soddisfazione, data la generale situazione di instabilità,  riuscire a creare un ambiente coeso e di famigliarità”.
“Per quanto riguarda il rapporto tra i volontari, fondamentale è stato lo spirito di gruppo che era la carica della macchina del lavoro. C’era molto spirito di partecipazione e la voglia di essere utili era talmente tanta che a volte si rischiava addirittura di andare oltre i propri limiti. Per questo era importante rispettare i rispettivi ruoli cercando di stare sempre con i piedi ben piantati nella realtà”. D’altra parte in queste situazioni non c’è corso di addestramento che tenga; come dice Salvatore: “Siamo come un computer: abbiamo un hardware che è la base portante del nostro essere  e un software che è in continua rielaborazione, con sempre nuove versioni aggiornate in base alle nuove  esperienze e conoscenze”.
Nonostante la pesantezza e le fatiche sono tanti i ricordi, gli insegnamenti positivi e le soddisfazioni che i volontari porteranno sempre con loro. “Sono i piccoli gesti,  come un semplice grazie o una chiacchierata amichevole con uno sconosciuto, a riempire il cuore più di ogni altra cosa. Queste situazioni ci insegnano a guardare le persone in modo diverso, ad andare al di là delle apparenze aiutandoci a togliere la maschera della freddezza che solitamente ci accompagna nella quotidianità”.
È per questo che Salvatore incoraggia noi giovani ad intraprendere un’esperienza simile senza timore perché l’importante non è il quanto si riesce a fare ma il come lo si fa.
La grande soddisfazione è sapere di poter aiutare incondizionatamente e poter crescere volta per volta arricchendosi sempre di nuove emozioni!

Caterina e Alessandra, volontarie di servizio civile per il progetto di Protezione Civile.